mercoledì 7 marzo 2012

Bon Bon Boni

Nemesi. La storia si vendica, puntuale. Chi ha costruito le sue fortune sul cappio nei confronti degli avversari è finito malamente indagato per corruzione. Più che di cerchio magico, bisognerà parlare di cerchio tragico. Avevo già avuto occasione di scrivere, quando fu arrestato il vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia, che la vicepresidenza era maledetta. Ora si tratta della presidenza. Il presidente in carica Davide Boni è personaggio arrogante, chi ha avuto occasione di assistere alle sue esibizioni pubbliche, sa quanto sia spavaldo, sicuro di sé.

L'antipolitico Boni è in pista dal 1993, quando diventa presidente della Provincia di Mantova. Nella stessa legislatura avoca a sé la delega alle Attività produttive e quella ai Trasporti. Nella stessa legislatura è pure membro del CdA di Azienda Porti Mantova & Cremona e Presidente del Consorzio Turisitco Vivi Mantova. Nel 2000 entra in Consiglio regionale, riconfermato nel 2005, è nominato Assessore al Territorio, nel 2010 è nuovamente eletto nel Consiglio regionale e ne diventa il presidente. Non manca di ricoprire un ulteriore incarico, infatti è Presidente dell'Agenzia Interregionale per il fiume Po (AIPO). Nella migliore tradizione leghista, Boni ama cumulare cariche e gettoni, facendo credere ai suoi padani di essere duro e puro.

Un vero barbaro, un gladiatore che avrebbe decapitato tutto il ceto politico di "Roma ladrona" in un blocco unico. Ora si trova a doversi giustificare per una presunta mazzetta di un milione di euro, si dice per "esigenze di partito". La Lega, non contenta di aver esportato capitali all'estero per "esigenze di partito", è diventata "ladrona" (fino al giudizio definitivo, ovviamente).

Un milione di euro non sono noccioline, neppure bon bon. Ora, si ridia dignità ad una istituzione infangata. Dimissioni e nuove elezioni in Lombardia sono indispensabili. Se c'è un'opposizione consiliare sarebbe bene si manifestasse con segnali forti. Incominci a lavorare ad una nuova legge elettorale regionale, elimini il listino e lo sbarramento. Si limiti la presenza in Consiglio a non più di due legislature. Per ridare credibilità alla politica è opportuno deprofessionalizzarla impedendo che diventi una attività stabile e si riducano drasticamente gli emolumenti ai Consiglieri.

domenica 8 gennaio 2012

Pisapia Milano e il Pirellone

Con lo scoccare del 2012, il sindaco Pisapia ha preso a scuotere il centrosinistra lombardo (O. Liso, "Con il metodo Milano conquistiamo il Pirellone", in "La Repubblica, 2 gennaio, 2012). Considerato che le precedenti elezioni regionali risalgono alla primavera del 2010, pensare che si possa votare per il Pirellone nel 2012 è affidato all'idea inconfessata di parte della stampa e del mondo politico che la magistratura possa mettere in difficoltà l'attuale presidente Formigoni, al centro di una spirale inquinata alimentata negli ultimi mesi, senza posa, da esponenti della sua maggioranza e della sua giunta.
Ritenere che si possa votare nel 2013 è altresì legato alla tenuta del governo Monti e alla decisione di Roberto Formigoni di cogliere l'ultima occasione per lasciare Regione Lombardia in un momento in cui è ancora protagonista incontrastato della politica regionale.
Cerchiamo di capire cosa è stato il metodo Pisapia. Pisapia, pochi ricordano, annuncia la sua candidatura nel mentre a Milano si parlava della candidatura di Giuseppe Sala, all'epoca direttore generale del Comune di Milano e potenziale candidato di Enrico Letta. Ennesima elucubrazione (operazione di potere?), verrebbe da dire oggi. Siamo nel giugno del 2010.
Pisapia lancia il programma con cui intende candidarsi alle primarie: in sintesi è un programma attento all'ambiente e allo solidarietà sociale. La partecipazione dei cittadini e il recupero dell'elettorato astensionista è una delle leve cui fa riferimento Pisapia. Il perimetro politico è definito: guardare al centrosinistra e al centro democratico. Siamo nell'agosto del 2010 e Pisapia lancia il suo programma sul "Corriere della Sera".
Fino a questo momento Pisapia ha fatto sì che i riferimenti ideologici rimanessero in ombra. L'11 settembre del 2010 si reca a Volpedo, all'appuntamento annuale dei circoli socialisti e libertari del Nord-Ovest. Il suo intervento è un omaggio alla tradizione del socialismo municipale milanese (cita i sindaci socialisti di Milano, Greppi, Aniasi e Tognoli) e a quello europeo in cui ritrova un orizzonte di senso. Forte l'impronta partecipativa e democratica cui si richiama.
Nel novembre Pisapia, contro tutti i pronostici, batte il candidato del Pd Boeri. Su quali fattori avevano lavorato i sostenitori di Pisapia? In buona sostanza presentando Pisapia come un candidato non di partito, sfumandone l'appartenenza alla sinistra, evocando la tradizione di buon governo del socialismo riformista ambrosiano, e soprattutto mobilitando l'elettorato astensionista delle periferie.
La vittoria al ballottaggio del maggio 2011 sarà il risultato degli errori di Letizia Moratti e dell'apporto che la borghesia del primo centrosinistra (Bassetti) gli fornirà. A Milano il sistema di potere della destra che per vent'anni ha governato il capoluogo manifesta il primo scollamento con la leadership nazionale di Berlusconi. La borghesia milanese può tollerare anche il "bunga bunga", non l'impoverimento economico. La crisi, inoltre, risveglia qualche sprazzo solidale e la memoria di lotte per la difesa del lavoro.
La vittoria di Pisapia è frutto di molteplici fattori come si può osservare. Bisogna riconoscere, però, che è stata studiata con metodo. Conosco alcuni degli artefici di questa pianificazione. C'è stato coraggio e lungimiranza e pure molta fortuna.
C'è nella società lombarda un Pisapia pronto a farsi avanti? C'è un gran lombardo di sinistra? Il leader, come si è visto è indispensabile, ma non è sufficiente per vincere. La Lombardia non è Milano, qualcuno ha incominciato a dire. Su questo tema ritornerò.

lunedì 19 dicembre 2011

Smentito il "gran lombardo"

Il "gran lombardo", in un articolo del 1932, scriveva: «La ricca borghesia milanese sorride di commiserazione a sentire che uno è professore d'università: il presentarsi come professore di filosofia o di diritto romano o di storia antica in un salotto milanese equivale a farsi ricevere con un'occhiata di commiserazione. Soltanto chi fabbrica scaldabagni o maniglie di ottone stampato è una persona degna di considerazione a Milano».

Il primato dell’economia di cui parla Gadda, «topos», della società lombarda rimane immutato, nonostante i venti di recessione. Milano e la Lombardia sono state il crocevia di numerose, se non di tutte le anticipazioni economiche, sociali, di costume del secondo dopoguerra. Quando la Repubblica dei partiti è entrata in crisi, non è casuale che in questo territorio nasca un nuovo attore politico che conquista la rappresentanza politica del Nord fra lo stupore generalizzato dei partiti politici tradizionali. La Lega Nord diventa interprete della ribellione autonomista e regionalista degli anni Ottanta, oltre che espressione di una ricerca identitaria frutto dello straniamento prodotto dalla globalizzazione. A Milano nasce Forza Italia e la pseudo rivoluzione liberale di Silvio Berlusconi che si trasforma presto nel dominio dell'uomo solo sul Parlamento di nominati. In Lombardia si afferma Roberto Formigoni, presidente di Regione Lombardia e leader di Comunione e Liberazione, un movimento che guarda al sacro, ma si esalta nel profano. A Milano muoiono le presunzioni di diversità morale del PCI-PDS-DS-PD (ma quante volte ha cambiato nome?) e la "capitale morale" subisce un nuovo colpo. Che dire poi di preti imprenditori come don Verzè?

Ora, siamo al governo del professor Monti che smentisce il "gran lombardo". Chissà cosa avrebbe detto Carlo Emilio Gadda in questa circostanza? Troppi professori cresciuti nei consigli di amministrazione delle banche, senza "cognizione del dolore" altrui. Forse, con la sua grande umanità e col suo fisico imponente avrebbe detto agli italiani di non abbassare la guardia. Un qualche sentore di "pasticciaccio" si è già potuto osservare.

mercoledì 30 novembre 2011

La Vicepresidenza del Consiglio Regionale della Lombardia un posto maledetto

Dopo Filippo Penati, già vicepresidente del Consiglio regionale della Lombardia, inquisito per tangenti, ora tocca a Franco Nicoli, che lo aveva sostituito, arrestato all'alba del 30 novembre. Sedere sul posto di vicepresidente del Consiglio regionale è diventata una vera maledizione.

Per intanto la foto di Nicoli troneggia ancora in prima pagina sul sito di Regione Lombardia. Ma chi è Nicoli? Un uomo di Forza Italia della prima ora. Uno di quei manager che si erano aggregati a Berlusconi sull'onda dell'antipolitica per spazzare via i cosiddetti professionisti dei partiti della prima Repubblica.

Nicoli è quindi un tipico esponente del ceto politico di destra che inizia la sua scalata al potere politico facendo credere agli elettori che avrebbe rinnovato la politica. Eletto per quattro volte consecutive (1995 - 2000 - 2005 - 2010), al contrario è diventato a sua volta un professionista della politica. La letteratura sul ceto politico lo definisce "consigliere anziano".

Nel 1995, il ricambio nel Consiglio regionale della Lombardia fu pari all'84% degli eletti. Sembrava una cesura con il passato, invece la vicenda politica di Nicoli evidenzia come la tendenza alla stabilizzazione degli eletti si sia riproposta anche con la legge elettorale maggioritaria. La politica sarà pure una professione "incerta", come sostiene un noto studioso del tema, ma è del tutto evidente che è intesa, in assenza di regolamentazione, come occasione per consolidare una occupazione stabile e pure ben remunerata. I consiglieri di Regione Lombardia percepiscono l'80% dell'indennità di carica dei parlamentari nazionali.

L'esponente del Popolo della Libertà che ha occupato anche ruoli diretti nell'esecutivo di Formigoni, in qualità di Assessore all'ambiente vive di politica da circa vent'anni. Non c'è che dire, un bel record per chi era contro i partiti e suoi esponenti.

sabato 26 novembre 2011

Misura o sobrietà?

Ho recentemente preso parte ad una pubblica assemblea nel comune di Uboldo. Il tema in discussione quanto mai d'attualità: "Crisi, immigrazione, disoccupazione giovanile". Fra i presenti una coppia di ex operai modestamente vestiti, attenti a non perdere ciò che i relatori raccontavano. Dopo aver ascoltato i quattro oratori, dal sindaco del piccolo paese, al segretario della Camera del lavoro di Varese, all'esponente locale di SEL e infine a quello della Caritas, quando hanno preso la parola hanno chiesto loro cosa mai fosse questa sobrietà.

A dire il vero erano un po' alterati. Non tanto per la lunghezza delle relazioni. Non capivano proprio in che modo - loro che avevano lavorato tutta la vita e che avevano, unico bene, una casa unifamiliare alla periferia del paese - avrebbero mai potuto diventare sobri, dal momento che non si erano mai ubriacati. Bisogna prestare attenzione agli slittamenti semantici. La parola sobrietà rischia di essere caricata di troppi significati. Sobri sono i ministri di Mario Monti, sobrio è il nuovo capo del governo … e via cantando.

Certo, gli uomini vestono di grisaglie impeccabili, le ministre non portano i tacchi a spillo. Mario Monti è quasi austero. Sono quel che si dice, in questi giorni, sobri. Nel frattempo si fanno i nomi dei sottosegretari e compare il nome di Vittorio Grilli, che come direttore generale del Tesoro guadagna 518 mila euro l'anno. Pare rinuncerà a fare il viceministro perché rischierebbe di guadagnare molto meno. Grilli, "un tecnico stimatissimo, uno che troverebbe domani una banca o un'istituzione all'estero dove poter guadagnare il doppio se non il triplo di quanto prende oggi", scrive un noto quotidiano nazionale. Sembra però che non voglia diventare sobrio, cioè rinunciare a parte dei suoi spropositati redditi.

Tutti noi invece saremo costretti a diventare sobri e contribuire al risanamento nazionale rinunciando a parte dei nostri redditi.

Se Mario Monti vorrà essere credibile dovrà, prima di tutto, imporre una contribuzione a chi ha di più. Ridurre gli stipendi spropositati in tutti i settori. Una società coesa è tale se le differenze fra il primo e l'ultimo non sono distanze lunari, ma spazi accettabili. Abbiamo bisogno di più uguaglianza per avere una società più giusta. Ma per realizzare questo obiettivo è necessaria una classe politica credibile, non di tecnici espressione delle banche.

Dimenticavo di dire che i due attenti operai, marito e moglie, nonostante condividessero la necessità di evitare sbronze e quindi rimanere sobri, non erano convinti della sobrietà a senso unico. Avevano sperimentato anni prima l'austerità che pure non aveva dato risultati. Certo capivano l'importanza di rientrare dal debito pubblico, ma erano del parere che le misure dovessero eque: prima l'evasione fiscale, poi l'economia illegale, poi i grandi patrimoni, infine interventi di "sobrietà" per tutti gli altri. Ho idea che bisognerebbe ascoltare i nostri due oscuri lavoratori.

Ecco perché preferisco all'espressione sobrietà quella di misura (è calcolabile). Il resto è persuasione occulta, sofismi, retorica.




martedì 1 novembre 2011

Renzi non è il giovane Gramsci

Non è la prima volta che nell'ambito della sinistra si accende una polemica aspra fra i giovani e i gruppi dirigenti. All'inizio del Novecento i giovani della Federazione Giovanile Socialista furono critici accesi dei gruppi dirigenti.

Il giovane Gramsci fu in questo un vero guastatore. A rileggere le pagine dell'«Ordine Nuovo» settimanale, colpisce la veemenza contro i riformisti, Turati e Treves. In un articolo del 7 febbraio 1920 dal titolo "Lo Stato Italiano", Gramsci scrive: "Noi giovani dobbiamo rinnegare questi uomini del passato, dobbiamo disprezzare questi uomini del passato: quale legame esiste tra noi e loro? Cosa hanno creato, cosa ci hanno consegnato da tramandare? Quale ricordo di amore e di gratitudine per averci aperto e illuminato la via della ricerca e dello studio, per averci creato un nostro progresso, di un nostro balzo in avanti?"

È una vera e propria invettiva contro il gruppo dirigente riformista del socialismo italiano, una denuncia dall'afflato esistenziale, di carattere generazionale più che politico. Nel 1921, all'epoca della scissione di Livorno, Gramsci aveva 30 anni, Bordiga 32 (era il più maturo del gruppo), Angelo Tasca, 29, Palmiro Togliatti, 28, Umberto Terracini ,26, Bruno Fortichiari, 29.

Come sia andata a finire lo sappiamo. Gramsci trascorse tutta la vita successiva al 1926, dopo l'arresto, a motivare a modo suo, le ragioni della mancata rivoluzione in Occidente. Recentemente sulle pagine del "Corriere della Sera", 18 ottobre 2011, Paolo Mieli, nel recensire il libro di Leonardo Rapone, Cinque anni che paiono secoli. Antonio Gramsci dal socialismo al comunismo (1914-1919), ha scritto della "subalternità di Gramsci alla cultura del suo tempo".

Matteo Renzi è figlio del suo tempo, sa usare con sapienza i media e gli strumenti della comunicazione contemporanea. Non diremo che è subalterno alla cultura del suo tempo, ma non piace la sua approssimazione nel definire i problemi e non è diverso dalle generazioni del passato che tentano di affermarsi. Mieli dice di Gramsci ai primordi che "è un ragazzo colto che interviene in tutti i dibatti dell'epoca", Renzi per il momento ha evocato soltanto la cultura dei dinosauri, la filmografia di Walt Disney. C'è da dubitare che faccia scelte tragiche, rotture epocali. Ha più l'aria di un "pinocchietto", di uno che le spara grosse, piuttosto che di un protagonista del Terzo Millennio.